Appunti

Bilanciare vita privata e lavoro senza sensi di colpa

Daniela LaurentiPsicologa e Coach ACC

4 minuti di lettura

L'equilibrio perfetto non esiste. Esiste la possibilità di chiudere una porta senza sentirti in debito con l'altra stanza.

Una donna sorride durante una chiamata al computer, in una stanza di casa con le piante

«Bilanciare» è un verbo che mette ansia, perché suggerisce una bilancia ferma, con i due piatti allo stesso peso, finalmente. La vita non sta ferma. Una settimana pesa di più il lavoro. Un'altra pesa un genitore che non sta bene, o un figlio, o una consegna che non puoi spostare. Un'altra ancora non pesa niente, e tu ti senti in colpa lo stesso, perché non stai producendo. Il senso di colpa, in queste storie, è il rumore di fondo. C'è quando lavori troppo e c'è quando ti fermi. Cambia solo il pretesto.

Lo sento dire in due versioni, e spesso dalla stessa persona a distanza di un mese. «Se stacco, qualcuno paga il conto.» E: «Se non stacco, pago io, ma almeno non deludo.» La seconda sembra più nobile. È solo più silenziosa. Nel tempo consuma il sonno, la pazienza in casa, e quella parte di te che non è il ruolo e che, a forza di non usarla, non sai più se c'è ancora.

Il senso di colpa non ti dice da che parte pendi. Ti dice solo che, comunque, ti senti in debito.

Un confine che si vede

Io non propongo la giornata tipo con le caselle colorate. Quelle agende perfette durano un lunedì e poi diventano un altro motivo di inadeguatezza. Propongo di scegliere un confine che si vede, uno solo, e di tenerlo per un mese prima di giudicarlo. La mail che non si apre dopo cena. La mezza giornata in cui non sei reperibile, detta prima ai colleghi, non chiesta in scusa. Un pranzo senza telefono, anche di venti minuti, seduto.

Sembra poco, e infatti le persone all'inizio sorridono, come se avessi proposto un esercizio da rivista. Per chi vive nel senso di colpa, è moltissimo. Il confine dice una frase che di solito non ti concedi: questa ora non è in vendita. Non è in vendita al cliente, non è in vendita al capo, e non è in vendita alla tua paura di risultare meno affidabile.

Poi si guarda chi protesta. A volte protesta davvero il lavoro, e allora è una conversazione concreta, su priorità e carichi, non un problema di carattere. A volte non protesta nessuno. Protesti tu. Ti senti vuoto, o inutile, o in ritardo su una gara che hai inventato e di cui non sapresti dire il premio. Quel disagio non si cura aggiungendo impegni per tapparlo. Si attraversa. Dura qualche giorno, a volte una settimana. Poi la giornata si riassesta, e scopri che il mondo non aveva bisogno di te alle undici di sera. Aveva bisogno che tu lo credessi.

Quando il confine non te lo puoi permettere

C'è chi non può permettersi certi confini, e non per mancanza di volontà. Per soldi, per un mestiere con i turni veri, per un'impresa in cui se tu ti fermi si ferma l'unica persona che sa fare quella cosa. Lì non faccio la predica sullo stacco e non cito le ricerche sul burnout come se fossero un rimprovero. Lì si cerca il margine che c'è, anche minimo, e si smette di usare la parola equilibrio come una frusta.

A volte il margine è una persona a cui delegare una fetta, anche pagandola, anche male all'inizio. A volte è dire no a un cliente che ti costa più di quanto rende, in sonno e in umore. A volte è solo smettere di raccontarti che «appena passa questo mese» sistemerai tutto, se questo mese è il dodicesimo di fila.

Equilibrio, se deve restare una parola utile, è questo: sai da che parte stai pendendo in questa stagione, e hai deciso tu per quanto. Non è la bilancia ferma della copertina. È una scelta rinnovata, abbastanza spesso da non diventare una condanna, e abbastanza concreta da vederla nel calendario della settimana che sta per cominciare.

Ritratto di Daniela Laurenti davanti alla libreria

L'autrice

Daniela Laurenti

Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.

Chi sono

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