Appunti

Le domande potenti del coaching: perché la risposta è già dentro di te

Daniela LaurentiPsicologa e Coach ACC

4 minuti di lettura

Una buona domanda non è brillante. È quella che ti fa stare zitto un secondo di troppo, perché la risposta non era quella che avevi preparato.

Due donne in conversazione a un tavolo, una ascolta e l'altra parla

Mi capita di sentire persone che arrivano in studio già con la risposta. Hanno spiegato il problema agli amici, hanno letto due articoli, hanno deciso che cosa devono fare. Mi cercano per una conferma, o per il coraggio di dirlo ad alta voce a qualcuno che non è di casa. Se gliela do subito, abbiamo perso il pomeriggio tutti e due.

Una domanda serve quando sposta di un centimetro il punto da cui guardi. Non quando fa colpo. «Cosa vuoi davvero?» sembra profonda ed è spesso inutile: la persona ripete lo slogan che si racconta da mesi. La frase è già liscia. Non c'è niente da scoprire, solo da annuire.

Una domanda buona non si riconosce dal silenzio che fa in chi la pone. Si riconosce dal silenzio che lascia in chi la riceve.

Domande strette, non domande belle

Funziona meglio qualcosa di stretto, quasi sgarbato nella sua concretezza. «Quando è stata l'ultima volta che hai detto di no e ti sei sentita a posto?» «Chi perde qualcosa se tu cambi idea?» «Che cosa stai proteggendo, tenendo tutto così?» «Che cosa fai, di preciso, il martedì alle nove, quando dici che non hai tempo?»

Queste domande non si possono chiudere con una citazione. Chiedono un fatto, un nome, un orario. E appena c'è un fatto, la storia ufficiale si incrina. Ho sentito persone scoprire, rispondendo, che il «non ho tempo» era in realtà «non voglio deludere mio padre», e che le due frasi convivevano da anni senza essersi mai incontrate.

La risposta, in questi casi, non arriva pulita. Arriva dopo un silenzio. Io quel silenzio non lo riempio. Non è un trucco da manuale: è rispetto. Se parlo io, la persona torna alla versione preparata, che è più sicura. Se taccio, deve restare con la frase che le è appena uscita, e decidere se è sua.

Quello che sai e non usi

Non credo che «la risposta sia già dentro» come uno slogan da appendere in corridoio. Credo una cosa più concreta, e meno lusinghiera. Tu hai informazioni che io non ho. Sai come ti si chiude lo stomaco la domenica sera. Sai quale conversazione eviti in ufficio e con quale scusa. Sai che cosa ti è riuscito in un periodo in cui, a sentire te, non combinavi nulla. Quel materiale è già lì. Il mio lavoro è fartelo guardare, non prestarti il mio.

A volte la persona si arrabbia, un po'. Si aspettava un consiglio, una mappa, il nome di un libro. Il consiglio lo so dare, e ogni tanto lo do, quando serve un'informazione che l'altro non può avere. Ma un consiglio dato prima della domanda giusta diventa un altro slogan da mettere accanto a quelli che aveva già. Non sposta la giornata.

C'è anche il contrario: persone che rispondono troppo in fretta, per far vedere che sono brillanti. Lì rallento. Chiedo di ripetere, con altre parole, senza le parole belle. È sorprendente quante risposte spariscano, quando togli loro il vestito.

Dove la domanda non basta

C'è un limite, e ci tengo a dirlo chiaro. Se la domanda apre un dolore che non è una scelta ma un sintomo, se il sonno è sparito da settimane, se la persona non si riconosce più nelle proprie giornate, non insisto con le domande furbe. Sono una psicologa, oltre che una coach. So distinguere un nodo decisionale da un momento in cui serve un'altra cura, più continua, meno orientata all'obiettivo.

Dirlo fa parte del rispetto. Il coaching non è una versione sbrigativa della psicoterapia, e la psicoterapia non è un coaching che dura di più. Sono due stanze diverse. A volte una persona ha bisogno di attraversarle tutte e due, in tempi diversi. A volte no. Capirlo insieme è già un buon uso dell'ora.

Le domande che porto in sessione sono poche. Le ripeto, se serve, anche a distanza di un mese. Una domanda buona si riconosce dal fatto che, usciti dalla stanza, continua a lavorare da sola, mentre guidi, mentre lavi i piatti, mentre stai per dire di sì a una cosa che non vuoi.

Ritratto di Daniela Laurenti davanti alla libreria

L'autrice

Daniela Laurenti

Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.

Chi sono

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