Gli obiettivi li so scrivere anch'io in modo elegante. Specifici, misurabili, con la data in fondo e un verbo all'infinito. Il foglio viene bene, si può anche mostrare. Poi incontro la persona due mesi dopo e il foglio è rimasto elegante. Non si è sporcato di realtà: niente orari saltati, niente telefonate fatte, niente riga corretta a penna. Quando succede, non alzo la voce sul metodo. I metodi, usati da soli, producono fogli belli. Chiedo una cosa più scomoda: a chi apparteneva quell'obiettivo.
Tante mete che «contano» contano per qualcun altro. Per un genitore che aveva in mente un percorso e non l'ha mai aggiornato. Per un ambiente che premia un certo tipo di successo e ridacchia degli altri. Per una versione di te di dieci anni fa, che non hai avuto il coraggio di contraddire. Finché non lo dici ad alta voce, il piano d'azione è una messinscena. Esegui i primi passi, quelli facili, poi trovi sempre un imprevisto ragionevole. L'imprevisto è fedele. Arriva puntuale quando l'obiettivo non è tuo.
Un obiettivo tuo si riconosce da un fastidio prosaico: ti dà noia non farlo. Non sempre ti entusiasma.
Dal sogno al gesto noioso
Quando invece è tuo, si riconosce da una cosa poco nobile. Ti resta in testa mentre fai altro. Non per forza con le farfalle. A volte con un fastidio, come un sassolino. Un sogno vero sopporta di essere tradotto in un gesto noioso, e non si offende. «Aprire uno studio» diventa «chiamare il commercialista giovedì alle dieci». «Scrivere» diventa «quaranta minuti martedì, con il telefono in un'altra stanza». Se la chiamata ti sembra una riduzione indegna del sogno, sei ancora innamorato dell'idea e non del risultato.
L'idea è piacevole proprio perché non chiede niente. Il risultato chiede giorni normali, quelli in cui non hai ispirazione e hai comunque detto che l'avresti fatto. È lì che si vede la differenza tra un desiderio e un obiettivo. Il desiderio si può custodire, raccontare, anche amare, senza trasformarlo in un piano. Non tutti i desideri devono diventare obiettivi. Forzarli è un modo sicuro per odiarli entro la primavera.
In sessione faccio separare i due mucchi. Da una parte quello che ti piace immaginare. Dall'altra quello che, tolto il pubblico, vuoi ancora. Il secondo mucchio è quasi sempre più piccolo. Meglio. Un obiettivo solo, tenuto, vale più di cinque iniziati per fare bella figura con te stesso.
Una pagina, non un sistema
Il piano, per me, sta in una pagina. Non in un'applicazione, non in un tableau con i colori. La meta, in una frase che capirebbe un amico senza dover chiedere il glossario. Tre passi, non trenta. Il primo con il giorno e l'ora, già messi in agenda prima di uscire dalla stanza. Un ostacolo che già conosci, scritto prima, così quando arriva non lo scambi per un segno del destino. E un modo per accorgerti se stai barando: una persona a cui dici com'è andata, non una notifica.
Poi si rivede la pagina, a distanza di qualche settimana. Si taglia quello che era vanità e che, alla prova dei giorni, non ti manca. Si tiene quello che, tolto il rumore, vuoi ancora, anche se è più lento di come l'avevi disegnato. La lentezza non è un fallimento del piano. È spesso il piano che incontra una vita vera, con i figli, il lavoro, e una stanchezza che il foglio non aveva previsto.
Un obiettivo che conta è uno che, a guardarlo di martedì mattina, riconosci come tuo. Non ti serve motivarti. Ti serve ricordare il prossimo gesto, quello già deciso, quello un po' noioso. Il resto può essere anche un bel sogno. I bei sogni si possono raccontare la sera. Non bisogna obbligarli a diventare una slide.

L'autrice
Daniela Laurenti
Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.
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