La parola resilienza ha fatto una brutta fine. È finita sui poster in corridoio, accanto a «siamo una famiglia» e «usciamo dalla zona di comfort». Così, quando una persona sta davvero passando un periodo storto, gli viene da alzare gli occhi al cielo appena la sente. Ha ragione. Nessuno torna in piedi perché glielo ha detto una slide, e nessuno ha il dovere di trovare un lato bello a una cosa che fa male.
Quello che vedo, quando una persona si rialza, è più ordinario e più interessante. Ha perso un ruolo, o una gara, o un'idea di sé a cui teneva. Per un po' non combina granché, e questo le sembra la prova di essere finita. Poi, quasi di lato, ricompare una cosa che sapeva già fare. Una telefonata chiara. Una mattina in cui si alza all'ora di prima. Un gesto del mestiere che le mani ricordano anche se la testa è ancora nel disastro.
Non è la disgrazia a diventare risorsa. È il modo in cui l'hai attraversata, se hai il coraggio di nominarlo.
Il gesto che non si cancella
Nello sport si impara presto che un risultato negativo non cancella il gesto. Un tuffo sbagliato insegna dov'era il tempo, non chi sei. Si rivede l'ingresso in acqua, si corregge un dettaglio, si risale. Fuori dallo sport facciamo il contrario: un periodo no diventa un giudizio intero sulla persona. «Non sono portato.» «Alla mia età non si ricomincia.» «Si vede che non era la mia strada.» La frase è comoda, perché chiude la pratica. Costa meno che tornare ad allenarsi il giorno dopo, con la figura di ieri ancora addosso.
Ho accompagnato persone uscite da un licenziamento, da una stagione aziendale andata male, da un progetto in cui avevano creduto più degli altri. La tentazione, all'inizio, è rifare il curriculum della sconfitta: tutto quello che non ha funzionato, in ordine. Serve, un po'. Poi diventa un fossato. A un certo punto bisogna chiedere un'altra cosa: che cosa, in quella stagione, hai fatto bene lo stesso. Non per consolarti. Per non buttare via l'unica mappa che hai.
Quasi sempre la mappa c'è, ed è più ricca di quanto la persona ammetta nel primo incontro. Ha tenuto un team. Ha detto una verità scomoda. Ha chiuso un conto che altri lasciavano aperto. Ha chiesto aiuto, una volta, e le è pesato, e però l'ha fatto. Quelli sono materiali da costruzione. Non ti rendono invincibile. Ti evitano di ricominciare da zero ogni volta che la vita ti sposta la sedia.
Quello che non va abbellito
Trasformare una difficoltà in risorsa non vuol dire trovarle un lato luminoso a tutti i costi. Certe cose sono solo dure: una malattia in famiglia, un lutto, un tradimento della fiducia. Lì la risorsa non è la disgrazia, e chi te lo dice ti sta chiedendo di fare un sorriso che non ti appartiene. Lì la risorsa, se c'è, è quello che tu hai usato per attraversare i giorni. Pazienza. Una persona su cui contare. La capacità di chiedere, che prima ti sembrava debolezza e che invece ti ha tenuto.
In sessione sto su questo inventario, senza fretta e senza inno. Faccio raccontare un momento in cui la persona se l'è cavata, non il momento in cui ha brillato. Se l'è cavata vuol dire che c'era un metodo, anche rozzo, anche imparato male. Quel metodo si può riusare. Si può anche migliorare, adesso che c'è un po' di distanza.
La resilienza, se la togliamo dai poster, è memoria. Memoria di come hai fatto, non di quanto sei stato bravo a non piegarti. Piegarsi, a volte, è stato proprio il modo. Il passo successivo si appoggia lì, non sull'immagine di te che non cade mai.

L'autrice
Daniela Laurenti
Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.
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