Appunti

Stress da lavoro: riconoscerlo prima che diventi un problema

Daniela LaurentiPsicologa e Coach ACC

4 minuti di lettura

Una settimana piena non è ancora un problema. Lo diventa quando il corpo non torna più al punto di partenza, e tu lo chiami «periodo».

Una donna in ufficio si tiene le tempie, stanca, mentre i colleghi parlano sullo sfondo

Lo stress da lavoro, all'inizio, ha una buona reputazione. Sei richiesto. Hai tante cose aperte. La stanchezza sembra una prova di serietà, quasi un biglietto da visita. Poi un giorno ti accorgi che la domenica sera hai già addosso il lunedì, e che le ferie non bastano più a rimettere il sonno a posto. Chiami quel giorno «un periodo». Il periodo, se lo misuri, dura da un anno.

Io lo vedo spesso in persone che, a parole, tengono. Tengono le scadenze, tengono il team, tengono la faccia in riunione. Quello che non tiene è il recupero. Una settimana dura, se dopo dormi e ti torna il fiato, è fatica. La fatica fa parte di un mestiere che conta. Se il fiato non torna, non è più fatica. È un segnale. Ignorarlo è la specialità di chi è bravo: si fida della propria tenuta più che del proprio corpo.

Una settimana dura è fatica. Una settimana dura che non si scarica più è un'altra cosa, e merita un nome.

I segni che ribattezziamo

I segni piccoli li conosciamo tutti, e li ribattezziamo per non doverli contare. Il collo duro è «la postura». L'irritazione a casa, la sera, è «sono stanco, passa». La mail controllata a mezzanotte è «solo un'occhiata, così domani parto avanti». Il pranzo in piedi davanti allo schermo è «oggi è una giornata particolare». Nessuno di questi, da solo, è un allarme. Insieme, per settimane, disegnano una curva. La curva va vista prima del crollo, non nel racconto che se ne fa dopo.

C'è un altro segno, più sottile, che le persone faticano a nominare. Il lavoro che prima aveva un senso diventa solo un elenco. Non odi il mestiere. Semplicemente non ti torna più niente, né curiosità né soddisfazione, e vai avanti per inerzia e per paura del vuoto. Anche questo è stress, non pigrizia. Il sistema nervoso, quando è sotto carico da troppo tempo, smette di distinguere ciò che conta da ciò che occupa.

In azienda lo vedo nei team piccoli, dove ognuno fa tre ruoli e il titolare è il primo a non staccare. Lì lo stress non è un difetto personale. È un modo di organizzare il lavoro che ha funzionato quando eravate in quattro e adesso, in dodici, consuma le persone migliori. Le persone migliori sono le ultime a lamentarsi. Per questo vanno guardate per prime.

Partire dai fatti, non dalla parola

Nel lavoro con me partiamo dai fatti, non dalla parola «stress», che è diventata troppo larga. A che ora spegni la luce del lavoro, non quella di casa. Quante volte, in una settimana, dici sì a una cosa che non ti compete. Se mangi seduto. Se il weekend contiene almeno mezza giornata senza telefonate di lavoro. Non è un interrogatorio. È un modo per smettere di parlare di un sentimento vago e guardare la settimana com'è.

Da lì si può scegliere. A volte la scelta è piccola e locale: una riunione in meno, una fascia oraria in cui non sei reperibile, un compito restituito a chi spettava. A volte la scelta è più grossa, e la persona lo sapeva già, ma aveva bisogno di vedere i fatti messi in fila per darsi il permesso.

Uso anche il Training Autogeno, quando ha senso. Non è una magia e non sostituisce un cambiamento nell'organizzazione della giornata. È un modo per restituire al corpo un interruttore che il ritmo di lavoro gli ha tolto. Alcune persone lo imparano in poche sedute e lo usano prima di una riunione che le svuota, o la sera, per non portarsi il giorno nel letto. Altre scoprono, durante gli esercizi, che il problema non è il respiro. È un ruolo che non vogliono più, e non se lo erano ancora detto con questa chiarezza.

La soglia che non oltrepasso

C'è una soglia che non oltrepasso con gli esercizi e con le domande. Se compare un calo che non dipende dal carico, se l'umore resta a terra anche quando il lavoro allenta, se la persona non si riconosce, se il sonno è rotto da settimane senza una causa chiara, quello non è un tema da workshop sullo stress. È il momento di una presa in carico psicologica, seria, senza aspettare di «essere più liberi la prossima stagione».

Sono una psicologa. Posso dirlo senza allarmismi e senza venderlo come un fallimento del coaching. A volte le due cose si tengono insieme, in tempi diversi. Meglio un mese prima che un anno dopo, quando il corpo ha già preso una decisione al posto tuo.

Ritratto di Daniela Laurenti davanti alla libreria

L'autrice

Daniela Laurenti

Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.

Chi sono

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