Appunti

Welfare culturale in azienda: il benessere che nasce dalla bellezza

Daniela LaurentiPsicologa e Coach ACC

3 minuti di lettura

Un quadro in corridoio non è welfare. Un'esperienza condivisa, in cui le persone si accorgono di come guardano, può diventarlo.

Persone sedute in una galleria, davanti a opere appese al muro

Mi chiamano, a volte, per «fare qualcosa di culturale» in azienda. Hanno già il pacchetto: frutta in cucina, una convenzione con la palestra, e adesso vorrebbero l'arte, perché hanno letto che fa bene e perché un concorrente ha messo una foto di un museo nella pagina del benessere. La richiesta è spesso sincera. Il rischio è che diventi un altro benefit da elencare, senza che nessuno ci passi davvero del tempo.

Il benessere che nasce dalla bellezza, se lo prendo sul serio, non è decorazione. Non è il quadro scelto dall'architetto per il corridoio, gradevole e invisibile dopo una settimana. È un cambio di ritmo. Un gruppo che entra in un museo un mercoledì mattina fa una cosa che in ufficio non fa: sta nello stesso posto, guarda la stessa cosa, e poi scopre di aver visto cose diverse. Quella differenza è il punto. In riunione, di solito, si finge di aver visto tutti la stessa slide.

Il welfare culturale non è un benefit in più. È due ore in cui le persone smettono di fingere di vedere la stessa cosa.

Che cosa succede davvero in quelle due ore

Ho lavorato con team piccoli, quelli delle imprese in cui il titolare conosce i nomi e le giornate sono piene fino al bordo. Non gli propongo un corso sull'estetica e non gli chiedo di diventare appassionati d'arte. Propongo due ore in cui l'opera fa da terzo incomodo, insieme a Rosy, che apre il contesto, e a me, che apro le domande.

Le persone parlano di quello che hanno notato. Senza volerlo, parlano di come decidono, di chi prende la parola, di chi aspetta il permesso, di chi ha bisogno di avere ragione subito. Un commerciale e un tecnico, che in azienda si parlano per ticket, si trovano d'accordo su un dettaglio e in disaccordo sul senso. Non è una metafora forzata. È la stessa dinamica del lunedì, solo che qui non c'è un cliente da accontentare e si può dirla.

Il lunedì dopo, quella conversazione si sente. Non perché siano diventati critici d'arte. Perché si sono ascoltati su un terreno che non era la gerarchia e non era il fatturato. Qualcuno, tornato in ufficio, cambia il modo di aprire una riunione. Qualcun altro, più semplicemente, ha passato due ore senza interruzioni, e si accorge di quanto gli mancasse. Anche questo è benessere. Non è poco.

Quando è un alibi

La bellezza, da sola, non sistema un carico di lavoro assurdo. Se l'azienda usa la visita in museo per non parlare di organico, di turni, di persone lasciate sole con tre ruoli, io lo dico. Il welfare culturale non è un alibi e non è una foto per il sito. È un modo per rimettere in circolo attenzione, gusto, e quel po' di gratuità che il lavoro produttivo consuma ogni giorno. Funziona quando l'azienda accetta che per due ore non si produca niente di misurabile in fattura.

Se devo scegliere, preferisco un gruppo di otto persone davanti a un'opera, con il tempo di non sapere che cosa dire, a una collezione di stampe in corridoio e a un codice sconto per le mostre. Le stampe sono gradevoli. Lo sconto è gentile. Non spostano il modo in cui quelle otto persone si parlano il giorno dopo.

C'è un'ultima cosa che tengo a dire alle aziende. Il benessere non si delega a un pomeriggio. Se il pomeriggio in museo è l'unica ora dell'anno in cui le persone possono essere lente, l'effetto dura un respiro. Se invece quel pomeriggio è il segno di un modo diverso di considerare il tempo, allora la bellezza lavora anche il giovedì, quando non c'è nessun museo e c'è solo una scelta su come condurre l'ora successiva.

Ritratto di Daniela Laurenti davanti alla libreria

L'autrice

Daniela Laurenti

Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.

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